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POESIE
Articoli del prof. Bruno Di Porto

 

IL Tempo e l'Idea


        Rivista a cura del Prof. Bruno di Porto

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COLLEGAMENTI
EBRAISMO A ROMA



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Memoria della deportazione degli ebrei di Roma
16 ottobre 1943

Gli ebrei modernizzanti in Italia

Gli ebrei modernizzanti in Italia
Testo della conferenza di Alberto Cavaglion tenuta a Milano il 24 ottobre 2002, in occasione della presentazione del suo libro Ebrei senza saperlo (ed. L’ancora del mediterraneo, 2002)

Ringrazio per l’opportunità che mi viene data questa sera. In particolare la mia gratitudine va al professor Bruno Di Porto al quale sono legato da un’amicizia che risale ai tempi in cui frequentavo assiduamente la Domus Mazziniana di Pisa, quando preparavo la mia monografia sul primo, e per lunghi anni unico, ebreo modernizzante, Felice Momigliano (1866-1924).

Il fatto che Di Porto sia da poche settimane il neo-Presidente di Lev Chadash è per me una notizia molto significativa, che mi induce a sostenere con vigore questo giovane movimento con simpatia e adesione non soltanto formale: lo reputo un segno di vitalità all’interno di una realtà come quella ebraico-italiana che, a mio modesto parere, di segni di vitalità in questi ultimi tempi ne sta dando assai pochi.

Prima che sul piano personale, la questione è tuttavia centrale sul piano storico e, in modo particolare, sul piano politico.
Non è vero, come spesso si ripete, che l’ebraismo riformato non sia mai esistito in Italia: ha dato nei decenni scorsi dei segnali di vita, senza dubbio pallidi, la cui indeterminatezza è però attribuibile a ragioni storico-politiche precise che ne hanno impedito lo sviluppo. Se non si hanno presenti tali ragioni si rischia di comprendere poco il presente. E’ infatti esercizio vano, secondo me, ruotare intorno al problema facendo finta che altri siano i problemi che impediscono il sorgere di un ebraismo riformato in Italia.
I fermenti novatori che da più parti si levano in Italia sono a mio avviso la naturale conseguenza di un dato di fatto che si continua a rimuovere e di cui ho la sensazione non siano consapevoli nemmeno gli amici di Lev Chadash.
La questione sta nelle Intese. Le difficoltà sono legate ad un fatto ben preciso, che se non viene individuato con lucida spregiudicatezza rischia di rinviare all’infinito la risoluzione di un problema in sé e per sé lapalissiano.
Per la varietà di forme che l’ebraismo italiano si dovrà dare in futuro, una varietà che sarà - c’è da prevederlo - sempre più colorata e “plurale”, le intese rappresentano una gabbia troppo stretta, che tiene prigionieri i modernizzanti e non rende liberi nemmeno gli ortodossi, né lascia spazio a coloro che non si riconoscono, o si riconoscono solo in parte, nell’ortodossia di nessuno dei culti titolari di intese.
L’ esordio organizzato, in Italia, dell’ ebraismo riformato porta al pettine i nodi di un semplice, concretissimo problema di libertà religiosa che discende dagli errori commessi in passato, durante il fascismo, ma perpetuati anche dopo: il regime concordatario, fornito dalle intese - e così l’assenza di una legge specifica sulle libertà religiose - non è compatibile con lo sviluppo della democrazia interna e del pluralismo; esso fa sentire ancora la sua eredità molto pesante e deteriora non solo la condizione dei non credenti, ma di tutti i credenti con opinioni diverse da quelle della dirigenza della loro confessione.
I valdesi, sebbene con mia non piccola meraviglia abbiano accettato l’8 per mille, hanno per loro fortuna posto il problema in modo più chiaro e nel Sinodo che ogni anno si riunisce a Torre Pellice le diverse anime del mondo evangelico si affrontano in libertà sulle emergenze politiche dei nostri tempi. Lo ha colto, con la consueta lucidità, un osservatore attento della nostra società civile, fra l’altro molto sensibile alla storia ebraica, Francesco Ciafaloni, in un intervento uscito di recente, in cui, prendendo spunto dal mio libro, allarga opportunamente la prospettiva ad altri problemi concernenti tutte le minoranze, non solo quelle religiose: temi da me invece improvvidamente trascurati, come per esempio il contenzioso infinito e i rischi che la logica concordataria lasciano intravedere per il nostro incerto domani, nel momento in cui si profilano intese con il gruppo religioso di minoranza più numeroso del paese, gli islamici. Ma, spiega bene Ciafaloni, la gravità del problema - e cioè “il ruolo dell’accordo seguito al Concordato nel distruggere lo spazio per gli ebrei non identificati con la versione tradizionale dell’ebraismo” - è un problema di vitale importanza che la stragrande maggioranza degli ebrei italiani ignorano, o meglio fingono di ignorare (F.Ciafaloni, Minoranze storiche o etiche, in “Lo straniero”, 26-27, agosto-settembre 2002, pp.164-165).

A me sta a cuore, come cittadino prima che come ebreo, che a tutti sia data la possibilità di discuterne, serenamente, in ogni sede, aprendo un dialogo che non può non essere fecondo per tutti, ortodossi e riformati. Questo dialogo, in passato, non c’è stato; è prevalsa la logica dei sospetti, dei veleni, delle accuse ingiuste: bisogna trovare l’umiltà di avviare questo dialogo prima che sia troppo tardi.

In primo luogo è bene che la discussione sorga dentro il gruppo milanese di Lev Chadash, che ha avuto il grande merito di aver sollevato la questione per primo, senza tuttavia ignorare la natura eminentemente politica della questione che non potrà non coinvolgere le istituzioni. Quale potrebbe essere un buon avvio? Degli incontri, una giornata di studio sulla libertà religiosa nell’ebraismo italiano del ‘900, promossa da Lev Chadash alla quale - con la liberalità che gi ortodossi, autentici o di facciata, hanno finora negato ai riformati - siano invitate tutte le correnti dell’ebraismo attuale.
Se non si fa luce sulle aporie normative delle Intese si rischia lo stallo, si finirà di girare intorno al problema con interminabili diatribe - e probabili, dolorose dilacerazioni - che non giovano alla causa né degli uni né degli altri: il declino dell’ebraismo italiano - per altro già evidente - assumerà dimensioni sempre più gravi. Non si otterranno stabili risultati pratici, concreti, se non si troverà la forza di affrontare il problema della libertà religiosa nel nostro paese: una questione antica, mai pienamente interiorizzata dall’ebraismo ufficiale del Novecento, sempre rimossa o sempre affrontata ideologicamente quando riguardava “gli altri”, ritenuta invece secondaria quando riguardava “noi”.
Le Intese, a pochi anni di distanza da quando sono state siglate, non si può proprio dire che siano quel monumento alla libertà religiosa né quella grandiosa vittoria delle minoranze che si è voluto far credere.
Che tutti abbiano diritto di dichiararsi ebrei nelle più diverse sfumature è un dato a me pare del tutto ovvio: è finanche risibile insistervi con lezioni, conferenze, libri e articoli.
Chiunque abbia messo piede almeno una volta fuori del territorio nazionale, chiunque sia entrato in contatto, a partire da Israele, con mondi ebraici - vitalissimi proprio per la loro pluralità - capisce ciò che voglio dire. Non ho mai dimenticato il volto sbalordito del professor Arnold Paucker, direttore del Leo Baeck Institute, quando tentai di spiegargli il paradossale carattere monolitico dell’ebraismo italiano. Soldato della Brigata ebraica, prima che grande storico della Resistenza, Paucker aveva contribuito a far rinascere l’Italia durante la guerra di Liberazione eppure stentava a credermi quando gli spiegavo che la riforma in Italia è tabù.

Ogni giorno ne dobbiamo registrare i segni.
Un supponente periodico torinese ebraico, che non nomino, in questi giorni ha ritenuto opportuno fare accompagnare una circolare di Lev Chadash da una anonima postilla redazionale viziata da un dogmatismo che si sperava dopo il 1989 morto e sepolto: si sostiene, in maniera quasi cifrata, temo comica e indecifrabile per il mio buon vecchio amico professor Arnold Paucker, che “l’ebraismo italiano é semplicemente, in ogni istante, l’ebraismo degli Ebrei che vivono in Italia”.
Un invito irenico, in verità ingannevole, a far parte tutti della stessa grande famiglia; toccante, non c’è che dire, peccato però che sia regolarmente disatteso.
Che io sappia a Casale è stato negato di recente l’opportunità di celebrare un rito al rabbino liberale Goldberg in occasione di Simchàt Torah.
Mesi fa, proprio a Torino, non dico la Sinagoga, ma il Centro Sociale non è stato affatto l’ospitale casa di tutti di cui parla l’anonimo estensore della nota redazionale di quel giornale; anzi: si sono chiuse le porte in faccia a chi chiedeva il permesso di fare svolgere una normalissima conferenza ad un rabbino masortì o conservative italo-israeliano.

Fino a prova contraria vige la norma della reciprocità: Lev Chadash inviti liberamente qualche rabbino di una grande città italiana a discutere pacatamente con noi della libertà religiosa in Italia e dimostri quell’apertura altrove negata ai modernizzanti.
Il nuovo fa sempre paura perché incrina rapporti di potere consolidati che temono sempre di essere messi in discussione. Reazioni stizzite, spesso maliziose, semplicemente anacronistiche, antistoriche, in fondo, a ben vedere, provinciali.
La parola modernizzante, sulla quale vorrei intrattenervi, preferendola a “riformati,” è vecchiotta, non c’è dubbio. Non l’ho inventata io: è l’espressione che, nel 1931, due personaggi fra loro molto diversi, l’uno modernizzante in senso stretto, l’economista Piero Sraffa, l’altro ebreo-cristiano, studioso di Diritto, famosissimo, Arturo Carlo Jemolo.
Entrambi lamentarono la sconfitta dei modernizzanti all’indomani dell’entrata in vigore della legge del 1930, che regolava la vita delle Comunità italiane dopo il Concordato. Entrambi dissero che quella legge sarebbe stata la pietra tombale per coloro che non si riconoscevano in un’ortodossia di facciata, che volevano rimanere dentro l’ebraismo, senza esserne costretti a uscirne con l’apostasia.
Uno degli equivoci che vorrei evitare, dopo l’uscita del mio libro - sono lieto di averne qui l’occasione pubblica - riguarda l’artefice di quella legge, Mario Falco, che non vorrei diventasse l’ebreo della situazione, il capro espiatorio di una colpa che invece è collettiva, tanto più grave per chi, dopo la Liberazione, dopo la caduta del fascismo, non si è reso conto della illiberalità di quel principio di “ebraismo coattivo” e non ha pensato di sostituirlo con qualcosa d’altro e di più degno di una nuova società di individui liberi di essere ebrei sempre e comunque e non soltanto agli effetti di un decreto.
Per gli ebrei antifascisti come Vittorio Foa, Leone Ginzburg, per i Rosselli, le cose dopo quella legge non cambiarono di molto, ricorda sempre Ciafaloni, nell’articolo che ricordavo prima: i Carrara, i Della Vida, i Colorni non avrebbero avuto la vita molto facilitata dalla assenza di un Concordato ebraico, questo è chiaro. Per lo sviluppo possibile di un ebraismo più aperto e democratico le cose invece di molto peggiorarono e i risultati di quella sconfitta pesano sulla nostra triste condizione.
Sraffa era in esilio a Londra ormai da tempo, Jemolo fu il solo a ribellarsi pubblicamente scrivendo un saggio contro quella Legge del 1930. So che le oscillazioni di Jemolo rispetto al regime sono oggetto di controversie da parte degli storici, ma, nel saggio che dedicò alla legge, e che per molti tratti è un saggio elogiativo verso il suo antico compagno di studi Falco, Jemolo è fermissimo nel difendere la libertà negata ai modernizzanti e dunque la sua figura non deve essere lasciata in ombra.
In realtà, come vorrei brevemente riferire, il nostro paese, prima dell’avvento del fascismo, anche rispetto alla libertà religiosa era stato una democrazia in cammino. Il problema della libertà religiosa dentro la tradizione ebraica era stato dibattuto, i precursori primonovecenteschi del movimento riformato, sul quale vorrei brevemente richiamare l’attenzione, sono esistiti ed è in loro nome che dovremmo discorrere per riappropriarci di una primogenitura (nell’ebraismo, si sa, il problema delle primogeniture è fondamentale).

Il momento storico preciso in cui in Italia si è arrivati alla vigilia della nascita di un movimento riformato è l’età giolittiana.
Dal 1910 al 1912, nel clima della rinascita della Voce di Prezzolini e della rinascita anche delle minoranze religiose e della storia delle minoranze religiose, alla nascita di un ebraismo riformato si è arrivati molto più vicini di quanto solitamente non si creda. Nel momento in cui anche i valdesi riconquistavano fiducia in se stessi e, come ci ha insegnato Giorgio Spini, essi riconquistavano una consapevolezza politica molto precisa - e nello stesso momento in cui dall’interno del cristianesimo fermenti rinnovatori legati al modernismo davano segno di cambiamento - anche dentro l’ebraismo non si rimaneva con le mani in mano.
Il personaggio che ha dato la scintilla, perché aveva frequentazioni con il mondo anglo-sassone, e aveva capito che dall’ Inghilterra soprattutto arrivava questa ventata di novità, fu l’editore Angelo F. Formiggini.

L’editore Formiggini, che si suiciderà nel ‘38 buttandosi dalla torre della Ghirlandina a Modena, aveva alle sue spalle buoni studi filosofici, una lunga frequentazione del mondo editoriale, soprattutto inglese (molto del suo catalogo librario è caratterizzato da una palese anglofilia). Egli è stato il primo ad accorgersi che l’Inghilterra era la patria della libertà religiosa, la patria delle libere associazioni; e dunque come in Inghilterra anche in Italia egli sperava che l’ortodossia potesse essere combattuta dall’interno, attraverso il movimento riformatore. Si limitò a fare bene il suo mestiere e cercò di tradurre libri, non si mise a capo di un movimento politico, forse il suo ebraismo era troppo sbilanciato in senso assimilazionista per potersi mettere a capo di qualcosa o di qualcuno.
Il suo interlocutore fu quel Felice Momigliano che citavo all’inizio, origine prima della mia amicizia con Di Porto.
Tutto in qualche misura questa sera si tiene. Formiggini trovò sulla sua strada un ebreo perfettamente consapevole dei pericoli di ogni deriva assimilazionista, ma al tempo mazzinianamente battagliero e testardo, con una forte predilezione per le battaglie impossibili (ciò che personalmente condivido). La ragione anche affettiva, per cui questa sera sono lieto di essere con voi, è che il vostro invito mi consente di rievocare un personaggio al quale ho dedicato uno dei miei primi lavori, e il mio dirne qui documenta, una volta tanto, in mezzo a tante incertezze, una qualche forma di coerenza personale.
Negli studi ciascuno di noi mette sempre, a vario titolo, delle motivazioni personali forti: nel passaggio dalla giovinezza alla maturità io ho subito una forte attrattiva per questo intellettuale socialista mazziniano, Felice Momigliano, che fu l’interlocutore di Formiggini sui temi dell’ebraismo (e del sionismo). Momigliano intuì la felicità dell’idea di Formiggini, si diede da fare per metterla in pratica e mise insieme una pattuglia lillipuziana. Il gran numero di persone presenti questa sera ad ascoltarmi, credo che Momigliano non riuscì mai ad ottenerlo: i tempi non erano maturi, ma il problema è rimasto lo stesso. Siccome io credo molto all’eterogenesi dei rami generazionali, mi piacerebbe tantissimo che un giorno qualcuno mi dicesse di più sulle persone che Felice Momigliano aveva messo insieme e che nomina nei suoi palpitanti carteggi, personaggi stravaganti dispersi in tutta la penisola: a Genova un certo professor Giulio Montel, a Roma il medico Michele Bolaffio, a Torino, l’avvocato Cesare Laudi. Chissà chi erano, chissà quale sarà il loro destino, il destino dei loro figli e nipoti, qualcuno di loro simpatizzerà per Lev Chadash, qualcun altro sarà rientrato nell’ortodossia. Lo stesso Momigliano si diede da fare andando in giro a fare conferenze, quasi tutte aventi per oggetto un solo grande, luminoso personaggio: Claudio G. Montefiore.

Ora, se mi è consentito, per quanto ammirevole sia la denominazione che vi siete dati, Lev Chadash, non posso esimermi dal proporre stasera che qualcosa venga un giorno dedicato in Italia a questo grande ebreo livornese, che lega l’ebraismo riformato italiano a quello della World Union for Progressive Judaism di Londra.

Per la storia della cultura ebraico-italiana il nome di Montefiore è un simbolo ben più evocativo, di quello, per altro bellissimo e nobilissimo, di Leo Baeck.
Nessuno ha mai riflettuto in Italia sul fatto che, appartenente alla generazione che precede Baeck, tra i fondatori della World Union of Progressive Judaism, troviamo questo pronipote di Moses Montefiore.
Ora, se è vero, come è vero, che in tutte le comunità italiane giganteggia il ritratto di Moses; se è vero, come è vero, e lo sa chiunque sia andato in Israele, che il Montefiore più famoso è appunto Moses, quello del mulino gerosolimitano, altrettanto vero è che, per la storia dell’ebraismo riformato italiano, la figura di Padre per antonomasia non può non essere Claudio Goldsmith Montefiore, co-fondatore della WUPJ (insieme a una donna, particolare non trascurabile per noi modernizzanti: Lily Montagu). A loro si unì un rabbino inglese, Israel I. Mattuck, che pubblicò per la prima volta un libro divulgativo sull’argomento (tradotto anche in italiano: L’ebraismo liberale. Il suo pensiero, le sue pratiche, Firenze, Rinascimento del libro, s.d).

Sempre la mia curiosità genealogica vorrebbe sapere qualcosa di più su colei che nel 1926 divenne la segretaria a Roma della WUPJ, signora Ester Ascarelli, residente in via B. Eustachio 8.
Il traduttore del testo di Mattuck era un ebreo veneziano, strambo, ma a suo modo geniale, amico, fra l’altro, e corrispondente di Martin Buber, Roberto Grego Assagioli: accanto a Cesare Musatti, Assagioli è un pioniere della psicoanalisi in Italia (suo il primo profilo di Freud sulla Voce del 1910)
Ma la figura che per l’Italia, per la storia del movimento riformato italiano, noi non dobbiamo dimenticare rimane Claudio Montefiore, su cui bisognerà aggiungere un’ultima annotazione bibliografica: finalmente, nel 1912, con introduzione di Felice Momigliano, Formiggini riesce, prima che la guerra di Libia, poi la grande guerra, taglino definitivamente l’erba sotto i piedi al neonato movimento dei novatori, esce una raccolta di conferenze e di articoli di Montefiore.
Tutto è rimasto poi nel mondo dei sogni. Momigliano avanzava sensate proposte di revisione della Tefillà. Fu bollato come eretico e considerato vitando alla stregua di un Buonaiuti ebreo.
Nel 1912 il Tribunale di Livorno discusse un caso che fece epoca: tutti i giornali ne parlarono. Il rabbino di Livorno non volle celebrare il matrimonio di una fanciulla povera perché non già figlia, ma lontana discendente illegittima: ricorrendo alla lettura dei documenti e dei testi, le fu negato il diritto al matrimonio. Non solo, ma, essendo anche indigente, le fu negata la dote. La povera Lucia di questi Promessi sposi ebraico-livornesi, con il suo Renzo protestò, andò in Tribunale e perse la causa. Questo matrimonio non s’ha da fare, le fu detto; il Tribunale civile aveva ragione, in forza delle leggi dell’Ottocento, si riconobbe effettivamente che il capo culto aveva il diritto a negare i “sacramenti”.
Diversa la questione che il caso poneva all’identità ebraica in una democrazia in cammino: una questione giuridica intricatissima, su cui intervenne - questo è poco noto -, da par suo, il giovanissimo Jemolo anticipando molte delle cose che dirà nel ‘30 a margine della legge Falco.
Il problema riguardava già allora la libertà religiosa e il rapporto dell’ebraismo con la modernità.
Felice Momigliano insorse in nome della modernità. Disse: come è pensabile un’applicazione così rigida a un caso umano di questa natura?
I giornali ne parlarono. Fu il primo caso in cui le lacerazioni interne all’ebraismo entrarono nell’opinione pubblica e fecero scalpore. La cosa fu messa poi prontamente a tacere. Furono fatti passi anche ufficiali per sanare la controversia, ma il problema della compatibilità di certe norme con la modernità era già evidente nel 1912 così come è rimasto oggi nel 2002.
Qualcosa si respirò ancora nella Roma dei primi anni ‘20, proprio nella cerchia di Buonaiuti che insegnava storia del cristianesimo all’Università di Roma: infatti egli ebbe tra i suoi allievi migliori il fior fiore della gioventù ebraica romana.
Enzo Sereni
si laureò con Buonaiuti. Ci fu anche un seguito, perché lo stesso Momigliano si trasferì a Roma e qualcosa ancora di molto pallido si vide, ma certamente la cosa terminò di lì a poco. Assagioli continuò per la sua strada, lasciò la psicoanalisi per la psicosintesi, pubblicò e proseguì anche lui, attraverso le sue frequentazioni inglesi, la sua battaglia, ma in un forzato isolamento aggravato dal fascismo. Il colpo di grazia, come si è detto, venne con la legge del 1930: questo è, secondo me, il passaggio fondamentale per troppo tempo trascurato dagli storici.
Per chi non lo sapesse si tratta della legge sui culti ammessi, che Mussolini volentieri sottoscrisse dopo aver firmato il Concordato per dimostrare che non aveva venduto l’anima alla Chiesa; egli voleva regolamentare anche la vita delle minoranze: quello che non si è mai detto, perché nessuno mai l’aveva studiato prima è che quella legge non fu affatto imposta dal Duce agli ebrei, ma fu deliberatamente ricercata dai rappresentanti della classe dirigente ebraica di quel tempo: in particolare l’articolo 5, quello più incriminato, che imponeva un’iscrizione coattiva agli ebrei, con la richiesta di abiura in caso di dissociazione fu imposto al regime dagli stessi rappresentanti della commissione delle comunità, contro il parere del Guardasigilli Rocco, che ebbe, proprio lui, un sussulto di liberalismo di fronte ad interlocutori, che invece avevano smarrito la strada cavouriana e ruffiniana del separatismo, della libertà di dissociazione degli individui nelle società realmente libere.
Quando ho scritto queste cose nel mio libro, che adesso sta suscitando così tante polemiche, non avevo avuto modo di vedere un saggio uscito quest’ estate, dove, molto meglio di quanto non abbia fatto io, si documenta come si giunse alla formulazione di quel principio negatore di libertà. La Dazzetti, bravissima studiosa di diritto ecclesiastico (S. Dazzetti, Gli ebrei italiani e il fascismo: la formazione della legge del 1930 sulle comunità israelitiche, in Diritto economia e istituzioni nell’Italia fascista, a c. di Aldo Mazzacane, Baden-Baden, Nomos Verlagsgesellschaft, 2002, pp. 219-254) ha avuto il merito soprattutto di pubblicare due lettere inedite, di Lodovico Mortara e Francesco Ruffini (alle pp. 251-254), piuttosto impressionanti, che dimostrano quanto la gravità di quell’atto fosse stata puntualmente registrata da due uomini rimasti liberi nello spirito come Mortara e Ruffini.
Scrive dunque Ruffini il 26 gennaio 1931: “E ora mi consenta una piccola confessione. Il giurista Ruffini non può non ammirare la bella costruzione legislativa in cui è ravvisabile la mano dell’artista provetto oramai, che è il suo caro Falco. Ma il politico Ruffini, il cittadino Ruffini, e, si potrebbe aggiungere, l’uomo Ruffini non può non vedere con qualche rammarico questo passo indietro verso stati giuridico-politici, che riteneva oramai superati o quanto meno prossimi a dissolversi. La dizione di quell’articolo 5, pure ad onta della clausola salutare: agli effetti del presente decreto, ha mortificato in me un pochino l’antico autore del libro sulla libertà religiosa. Questo ordinamento mi sembra accrescere quella differenza di condizione giuridica, rispetto al principio della libertà di coscienza, che è stato uno dei sogni più fervidi, e diventa più che mai una delle più melanconiche disillusioni della mia vita”.

Registro qui en passant, ma senza riuscire a nascondere un senso di scandalo, la singolare omissione: una missiva così importante per gli sviluppi della storia della libertà degli ebrei d’Italia, per giunta scritta da chi ha difeso fino all’ultimo la libertà di pensiero contro il fascismo, risulta misteriosamente omessa nell’edizione delle Lettere di Francesco Ruffini a Mario Falco (1906-1932), a c. M.Vismara Missiroli (in “Quaderni di diritto e politica ecclesiastica”, 1 , 1993, pp.229-290). Non aggiungo nessun commento.

Stanno venendo fuori, lo dico con un pizzico di orgoglio, perché sono l’ effetto delle pagine del mio libro, tesi di laurea e di dottorato un po’ meno convenzionali di quelle che di solito si discutevano fino a qualche anno fa: così, per esempio, ci viene rivelato il numero impressionante di persone che non si piegarono a quella scelta giugulatoria e, come di lì a poco i professori universitari, “non giurarono”. Dico questo perché in sala c’è Sandro Gerbi, il cui padre fu una di quelle persone che non si piegarono, ma è bene che si sappia finalmente - per il futuro dei modernizzanti in Italia - che il numero di queste persone che non si piegarono è più elevato di quanto si supponesse un tempo. Bisogna dare il tempo alla ricerca storica per le sue indagini. Ai nomi già noti di Antonello Gerbi, di Dino Gentili, di Giuseppe Calabi (babbo di Tullia Zevi), bisogna intanto aggiungere a Firenze, Salomone Morpurgo, direttore della Biblioteca Nazionale di Firenze, che muore poi nel ‘38, Ugo Castelnuovo Tedesco.
Mussolini aveva chiesto alle Comunità un ordinamento che riorganizzasse tutta la vita comunitaria. Non si era fatto prima, anche se si era avanzata l’ esigenza. Non esisteva un ordinamento giuridico che regolasse la vita comunitaria nazionale in tutto il paese. Esistevano ordinamenti fra loro molto differenti. E’ molto interessante vederlo perché alcune realtà italiane, in Toscana e soprattutto in area veneta, avevano conservato quel carattere di associazione privata che avrebbe potuto prevedere la dissociazione, su modello anglosassone. Altre comunità invece avevano ereditato dall’Ottocento altri ordinamenti.
Mussolini disse: facciamo ordine, istituiamo un’Unione delle comunità, diamo un ordinamento all’ebraismo italiano, ciò di cui lui non finirà di vantarsi dopo l’autunno del ‘38.
Però c’è un però: nascosto dentro quell’ordinamento c’era l’articolo che stabiliva l’iscrizione coattiva, secondo il quale cessano di far parte delle Comunità coloro che dichiarano formalmente di non volerne far parte: un sofisma, elaborato da una mente giuridica non dilettantesca, perché sottolineava “agli effetti del presente decreto”: quindi si potrà cavillare, ma - ripeto - nemmeno sarebbe giusto attribuire al sofista colpe che si prolungano nei mille e mille sofisti del dopoguerra, dato che quella norma rimase in vigore per svariati decenni e fu invalidata da una sentenza della Corte costituzionale soltanto nel 1984.
Il lungo silenzio che avvolge la sconfitta dei modernizzanti è una conseguenza di quegli eventi. Gli ostacoli cui ci troviamo di fronte discendono da quei lontani avvenimenti e sono un segnale vistoso di un difetto nazionale su cui, nel libro, insisto molto: il problema dei vuoti di memoria. Noi viviamo in un paese dove, dentro le minoranze come dentro alle maggioranze, si oscilla sempre tra i pieni e i vuoti di memoria. Troppi pieni o troppi vuoti. Tutti abbiamo i nostri vuoti di memoria. Nessuno è escluso. Basterebbe poco per colmarli. Anche nell’ebraismo italiano ci sono stati dei vuoti di memoria: uno di questi riguarda il forzato esilio dei modernizzanti, i cui effetti perdurano nella vita dei nostri giorni.
Oggi, di fronte a una richiesta di democrazia interna, perfettamente legittima, del tutto ovvia direi, perfino tardiva in una cultura che arriva sempre a scoprire l’ovvietà con ritardo - e soltanto se qualcuno l’ovvio lo esclama ad alta voce, in forma paradossale e provocatoria come faccio talvolta io, per altro in solitudine - bene, oggi nonostante tutto questo, quante ostilità preconcette, quante serrande improvvisamente calate, quanti silenzi, quante reticenze.
Capisco bene che oggi il Medio Oriente sia un problema di maggiore entità. Ma solo davanti a questa tragedia la democrazia nell’ebraismo italiano può aspettare. Invece la questione del pluralismo tarda a essere messa all’ordine del giorno.

Mi scuso per l’ironia con cui concludo: l’ultimo Congresso dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, svoltosi a giugno non sembra anche a voi che abbia perso tempo per me preziosissimo a disquisire sulle differenze mediatiche che sussisterebbero tra Gad Lerner e Fiamma Nirenstein, spendendo un’infinità di parole su una questione non cruciale per il futuro degli ebrei in Italia (come quella delle impronte digitali per gli immigrati extra-comunitari: tanto è vero che poi il Presidente della Camera Casini ha battuto tutti in velocità, dando per primo le sue di impronte digitali)? Non vi pare che una parte di quel tempo prezioso avrebbe dovuto essere utilizzata per discutere questioni vitali, come il pluralismo interno, i limiti delle Intese e così via?

 

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